Mori Ogai: “L’intendente Sansho” (Marietti 1820)

di Fabio Orrico

Ogai Mori è uno dei grandi scrittori giapponesi della modernità. Di circa una generazione precedente alla grande triade novecentesca Tanizaki / Akutagawa / Kawabata, Ogai ne ha anticipato ossessioni e manie, ponendosi su un versante letterario in cui l’interiorità dei personaggi dialogava con paradossi e contraddizioni della società del proprio tempo. Se la frequentazione del romanzo storico (nonché le numerosi traduzioni di classici occidentali, da Goethe ad Andersen) è un momento fondamentale della sua produzione, in Italia Ogai è conosciuto soprattutto per il bellissimo L’oca selvatica, storia d’amore intensa e sottilmente disturbante e Vita sexualis, romanzo che, nello scandaglio delle ossessioni del suo protagonista, trova non pochi punti di contatto con il Tanizaki precedentemente evocato. Adesso Marietti 1820 riporta meritoriamente in libreria un piccolo classico di Ogai Mori, L’intendente Sansho. In realtà, è bene quanto superfluo precisarlo,  piccolo più per la foliazione che per la resa artistica. Ispirato a una leggenda nipponica variamente ripresa nel corso degli anni da artisti tra loro diversissimi e con mezzi espressivi differenti, L’intendente Sansho racconta la storia di due ragazzi, fratello e sorella, Anju e Zushio, venduti come schiavi a un ricco signore feudale, l’intendente Sansho che campeggia nel titolo (siamo nel Giappone del periodo Heian, quindi tra l’VIII e il XII secolo). Anju, sorella maggiore, sacrificherà la propria vita affinché suo fratello Zushio possa emanciparsi dal giogo della schiavitù, fuggire e ritrovare, molti anni dopo, la madre perduta. Che la scaturigine del testo sia un racconto popolare è in qualche modo rivelato dalla tenuta stilistica della novella. La scrittura di Ogai, libera da una struttura tradizionale si prende il lusso di abbandonare, anche repentinamente, i personaggi per spostare laddove serve il focus della narrazione. D’altra parte il tono del libro è improntato a un’oralità accorata e cristallina che proietta la vicenda su uno sfondo giustamente atemporale. Se la scrittura di Ogai ci dice qualcosa di preciso e significativo sul Giappone feudale, lo fa comunque non rinunciando a una quota di epos che sottrae la fabula ad ogni possibile contingenza. L’intendente Sansho è inoltre alla base dell’omonimo e bellissimo film di Kenji Mizoguchi che, sulla base dello schizzo “impressionista” di Ogai, costruisce una delle sue grandi sinfonie umaniste dove, com’è d’abitudine per il grande cineasta giapponese, è la figura femminile, quindi Anju, ad emergere in modo luminoso ed icastico.

sansho

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