Filippo Amadei: “Enrosadira”

di Fabio Orrico

Filippo Amadei ha già al suo attivo tre raccolte di poesie: La casa sul mare (Il ponte vecchio, 2005), Saperti a piedi nudi (Lieto Colle, 2009) e Oltre le ringhiere (Raffaelli editore, 2014). Questo Enrosadira, pubblicato per Fara editore rappresenta il suo esordio nella narrativa. Si tratta di una prova in piena continuità con i libri precedenti, un po’ come se passare da un genere all’altro riguardasse più la quantità della scrittura che non la qualità.

Romanzo breve, sotto le cento pagine, Enrosadira è la storia della vacanza di due amici, Claudio e Marco, a Moena. Il punto di vista privilegiato è quello di Claudio che, nella sua veloce trasferta, è costretto ad amministrare dubbi e piccoli slittamenti della sua esistenza, a cominciare dalla sua storia d’amore con una ragazza di nome Valeria, ancora non perfettamente messa a fuoco. Il libro è tutto qui. Un racconto di flemmatica inquietudine, una rarefazione della fabula che mi sembrano collocare Amadei nell’orbita di certo Bilenchi o di Silvio D’Arzo.
Enrosadira (titolo misterioso e affascinante che trova le sue origini nelle leggende del Trentino Alto-Adige) documenta i dialoghi tra Claudio e Marco, procede per epifanie e chiude su una bellissima macro sequenza che parte con la riunione rumorosa, festosa di una comitiva di ragazzi e mano a mano vede disperdersi tutti i partecipanti per concentrarsi su due personaggi laterali ma deflagranti, per certi versi gli apici emotivi del racconto. Amadei termina il suo libro su una nota sospesa ma sarebbe anche esatto dire che lo interrompe, recidendo quel continuum che ha isolato pochi gesti, poche sere esemplari. Per dirla con l’Amadei poeta, la “semplicità è una lama” e il suo registro di narratore è tagliente ma partecipe, affettuoso coi personaggi e nella stessa misura implacabile. C’è una precisione del fuori campo, una sapienza nel lasciar fuori ciò che va messo in ombra nella narrazione peraltro restituendolo come significante indispensabile. Enrosadira dice esattamente quello che deve dire, col numero esatto di parole, non una di più, non una di meno. Si ha l’impressione di avere a che fare con una poetica del pudore che taglia un attimo prima di rivelare. E in questo senso, aldilà della compostezza classica del linguaggio, si può davvero parlare di prosa poetica.

Enrosadiracover

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