Il Caruso

di Olivia Kate Cerrone

traduzione di Laura Romano

Dedicato a Fred Gardaphé

‘Ntoni, collassato alla parete della galleria, premeva la mano sul suo collo sanguinante.
Il cesto era nel buio, là dove gli era caduto. Alcune pietre di zolfo stavano ai suoi piedi, immersi in un bagno di luce cinerea. Il solo pensiero di doverle raccogliere tutte in quei meandri di tenebre lo angosciava; ma l’alternativa sarebbe stata peggiore: Sciavelli, il minatore che ‘Ntoni assisteva, lo avrebbe picchiato. Si toccò lo stomaco, dove un’ustione fresca e profonda attraversava tutto il petto fino alle braccia. Un’altra settimana alla Cozzo Disi e sarebbe morto. Ne era certo, allo stesso modo in cui sapeva che Matri non sarebbe tornata a riprenderlo.
Il rumore delle pale e dei picconi nelle vicinanze penetrava nei suoi muscoli e ‘Ntoni cercava di respingere quel ritmo, controllando il respiro. Dai muri circostanti filtrava un insolito calore e l’aria divenne subito densa. Faceva così caldo lì sotto che alcuni minatori lavoravano nudi, ‘Ntoni invece portava giusto dei brandelli di stoffa che gli coprivano il basso ventre. Amareggiato, cominciò a riempire nuovamente il cesto di detriti, pezzo dopo pezzo, con movimenti lenti, ma attenti. Doveva risalire con il carico di rocce ai calcaroni, dei grossi forni fusori situati ai piani superiori, dove lo zolfo veniva liquefatto e raffinato. Aveva trasportato dozzine di carichi per tutta la settimana precedente, la sua prima settimana come caruso, ma il suo corpo era stremato e non riusciva ad abituarsi alla durezza del lavoro: Sciavelli aveva infatti ordinato che ogni cesto dovesse essere colmo fino all’orlo –trenta chili ogni volta.
Mentre raccoglieva le pietre, il pensiero di dover trascorrere sette anni in quella prigione lo bloccava. Come poteva un bambino di dieci anni immaginare di lavorare nelle miniere per un lasso di tempo così ampio. Sua madre, forse. Era stata lei a mandarlo lì. ‘Ntoni doveva mantenere la famiglia, proprio come aveva fatto suo padre. Patri, che aveva lavorato per tutta una vita nelle miniere, dalla seconda guerra mondiale fino a quella esplosione che gli tolse la vita meno di un mese fa. Fu un incidente con una di quelle lanterne a carburo. Gli incidenti nelle miniere erano di norma.
Quando il cesto fu pieno’Ntoni riuscì a sollevarlo solo per alcuni centimetri, prima di atterrare nuovamente. Il tonfo si diffuse immediato nelle sue braccia, fino a fargli perdere quasi l’equilibrio. Respirava a fatica, sforzandosi di ricacciare le lacrime. Poi, raggiunse di nuovo il cesto, ponendolo ben fermo tra le scapole. Un dolore incandescente gli solcò tutta la schiena. Il cesto ruvido di nuovo sul collo, di nuovo una ferita, ma questa volta ‘Ntoni andò avanti.
Man mano che si allontanava dalla fossa dove scavava Sciavelli, il tunnel si restringeva intorno a lui. Non era più possibile avanzare senza curvarsi, finché ‘Ntoni si ritrovò a sfregare il suolo con i gomiti e le ginocchia. Poi, tre gradini, e il soffitto si rialzò. Era amplio e luminoso; piccole schegge brillavano sull’ambra calda dei muri. Gruppi di uomini e carusi lavoravano in gallerie isolate che si snodavano dall’arteria principale. ‘Ntoni vide alcuni di loro mentre percorreva la galleria. Con pale e picconi graffiavano i muri e non indossavano alcuna protezione, ad eccezione dei caschetti.
Infine, ‘Ntoni raggiunse la lunga scala che portava in superficie. Altri carusi salivano e scendevano; ogni ragazzo camminava con la testa fasciata ed il cesto sul collo. C’era solo un montacarichi, e quello serviva per portare giù i minatori. Ai carusi era permesso solo questo lungo tratto di scale. Forse presto sarebbero stati rimpiazzati dai vagoni. Alcune rotaie erano già state costruite e a volte ‘Ntoni sentiva il rombo dei vagoni carichi di fracasso, spinti chissà nelle gallerie. Tuttavia, fino a quando non avrebbero costruito altri vagoni, i carusi avrebbero continuato a trasportare lo zolfo da un lato all’altro della miniera.
Ad ogni passo, rivoli di sudore rigavano il viso e il collo di ‘Ntoni. Le gambe rigide; il peso del cesto gli spaccava la schiena. Avanzava ‘Ntoni, sebbene il suo corpo fosse distrutto da un dolore e da un stanchezza mai provati prima. E fu in quello stato che entrò in una specie di nuvola, che si muoveva lentamente; una nuvola di lavoratori, che condividevano una fugace intimità –fatta di olezzi pungenti, brontolii, singhiozzi strazianti e conversazioni passeggere. Un ragazzo parlava di una prostituta che frequentava ogni fine settimana, quando minatori e carusi potevano ritornare a casa, dalle proprie famiglie e per la Messa domenicale. Sarebbe stato il primo rientro a casa per ‘Ntoni. Pensò a suo padre in ammollo nella tinozza, quella era la prima cosa che l’uomo desiderava fare non appena varcava l’uscio di casa. Matri aveva già l’acqua calda pronta sul fuoco. Il suo bagno durava più di un’ora, durante il quale si sfregava la pelle, incrostata di sporco e di zolfo. Dopo, si sedeva nel giardino, dove Matri raccoglieva delle bocche di leone per la zuppa. Solo allora ‘Ntoni capì il motivo per cui suo padre restava fuori, da solo, nell’unico giorno libero in cui poteva stare con la sua famiglia. Era davvero una purificazione essere via dalla miniera, lontano dalle persone e dal rumore, e sentire odori e sapori che non fossero di zolfo.
Mentre pensava al padre, ‘Ntoni raggiunse la porta in cima alle scale. Fu avvolto da una luce accecante che si disperse in una cupola di polvere, infestata da uomini. Dozzine di minatori gli passavano accanto, alcuni spingendo carrelli sonanti, lungo binari di corde nere, che avvolgevano tutto il campo, e conducevano ai calcaroni. Scie nere di fumo imputridivano l’aria. Nella terra erano stati costruiti dei condotti verso l’oscurità. Ragazzini mezzi nudi salivano e scendevano attraverso questi passaggi, con i cesti tra le scapole, le schiene ricurve, i colli contratti, e i volti verso il cielo.
“Antonino, questo fine settimana andiamo ad Agrigento” disse una voce.
‘Ntoni, senza voltarsi, poggiò il cesto a terra. Una profonda leggerezza inondò le sue braccia, risollevò il suo corpo, tanto che ‘Ntoni sentiva quasi di galleggiare. Si girò e vide il rosso Malpelo, con i suoi capelli selvaggi. Sulle guance aveva i segni di uno schiocco di frusta, ma il ragazzo continuava a sorridere. Era di pochi anni più grande di ‘Ntoni, ma aveva lo spirito di un uomo provato da tante sventure.
“Cosa hai fatto?” disse ‘Ntoni, sebbene già sapesse che quelle ferite erano opera del minatore che Malpelo assisteva.
“Il vecchio Vanni ha usato la cinghia, ecco tutto. Dice che non lavoro abbastanza, ma quello stupido bastardo è così lento con il piccone, che devo aspettare tutto il giorno per riempire un solo cesto. Lasciamo stare. Ascolta, le belle ragazze vivono in città. I miei fratelli ed io andiamo a fare un giro. Partiamo sabato all’alba, ” disse Malpelo.
“Io dovrei tornare a Comitini, con alcuni altri uomini. Mia madre e le mie sorelle non sono mai andate a Messa senza di me,” disse ‘Ntoni.
Malpelo fece un mezzo sorriso come se gli avessero raccontato una barzelletta. “Devi venire con noi. La tua prima settimana in miniera merita un festino. È una tradizione” .
Uno squarcio di cielo si aprì nel cuore di ‘Ntoni. Sentì di nuovo la speranza che tutto era ancora possibile, in un modo o in un altro. Agrigento non era Comitini, quel piccolo borgo soffocante. Lì, gli uomini erano liberi di fare ciò che volevano, e nessuno avrebbe parlato alle loro spalle; potevano addirittura non tornare più. Forse ‘Ntoni sarebbe rimasto in città e avrebbe potuto trovare un lavoro migliore. Fino a quel momento il pensiero di una fuga non lo aveva neanche sfiorato, ma adesso quel pensiero poteva diventare azione. Però, i carusi che scappavano non venivano mai più ripresi a lavorare nelle miniere, e le loro famiglie erano costrette a restituire tutto il denaro dato loro in prestito. Questo prestito consisteva nel concedere in anticipo alla famiglia il compenso totale di sette anni di lavoro, e il caruso, a sua volta, si impegnava a restituire il debito in sette anni, lavorando nelle miniere. A ‘Ntoni fu spiegato tutto ciò, ma soltanto dopo fu realmente consapevole di quell’accordo. Sette lunghi anni nelle miniere. Come poteva sopravvivere per così tanto tempo? No, doveva trovare un’alternativa. E Malpelo senza saperlo gliene aveva suggerita una.
“Dove ci incontriamo domani?”

Il giorno seguente erano seduti nel retro di un vecchio furgoncino. Quella era una delle poche volte che ‘Ntoni era salito su un veicolo a motore; la maggior parte degli uomini si spostavano con i carretti trainati da asini, soprattutto per le lunghe distanze. Malpelo aveva quattro fratelli più grandi. Tre erano seduti davanti, accanto all’autista, mentre Cosmo, l’altro fratello, si prendeva gioco di ‘Ntoni.
“Sei così giovane, scommetto che non sei mai stato con una ragazza,” disse.
‘Ntoni non badò a quelle parole, fissava la strada che correva dietro di loro. Le montagne di sabbia e le formaci fumanti delle miniere diventavano sempre più piccole, fino a sparire dall’orizzonte. Aveva un nodo allo stomaco pensando alla madre e alle sorelle. Di sicuro, con il tempo lo avrebbero capito e perfino perdonato, se avessero saputo che aveva trovato lavoro ad Agrigento, e che si impegnava a restituire da solo tutto il debito.
“Gli troveremo dieci ragazze. Una per ogni anno della sua vita,” disse Malpelo, ridendo.
‘Ntoni pure sorrise, ma il suo sguardo indugiava al di sopra delle loro teste e si aggrappava ai pini sparsi in lontananza. Alberi scarni, assetati, con le foglie arse dal sole.

Agrigento era affollatissima. ‘Ntoni seguiva Malpelo e i suoi fratelli lungo il tratto principale di Via Atenea, facendosi strada a spintoni tra pescivendoli ambulanti, mercanti di stoffe, e donne con i cercini e le ceste sul capo, a fare compere per la cena. Ecco l’energia della strada. Un tonfo al cuore e il ricordo di suo padre. ‘Ntoni aveva già percorso quelle strade con Patri, alcuni anni fa, per andare a vedere uno spettacolo. Un cinegiornale sulla guerra. Alcune immagini in bianco e nero della fanteria italiana nel Nord Africa. Invece, la loro lunga ritirata nel deserto, e gli Alleati che sopravanzavano, non fu mostrata. Ciononostante, ‘Ntoni aveva intuito il seguito –due schieramenti di soldati, che prima marciavano l’uno verso l’altro, sparirono in nuvole di fuoco. Molti giovani avevano lasciato Comitini per arruolarsi volontariamente. Se fossero sopravvissuti, il governo avrebbe dato loro una pensione; dunque una vita lontano dalle miniere. Patri non conobbe la guerra. Per qualche motivo decise di rimanere a Comitini, a cercare il carbone per Mussolini, fino a quella fatale esplosione. Nuvole di fuoco. Non vi fu scampo, né sopra, né sottoterra.
Una vecchia fermò ‘Ntoni, sventolandogli in faccia alcuni mazzi di sarocchio.
“Sono ottimi per le corde. Perfino per le bisacce. Ti faccio un buon prezzo” disse.
Mentre cercava di schivare la donna, si accorse di aver perso gli altri nella folla. Forse erano entrati in un vicoletto, in cerca di prostitute. Preoccupato, tornò indietro, cercando di scorgere tra la gente i capelli rossi di Malpelo. Poi, un macellaio gli urlò, dritto in faccia, qualcosa sulla freschezza dei petti di pollo. L’uomo stava davanti al suo negozio, dove grossi pezzi di carne pendevano sulla strada. All’interno, alcuni ragazzi, più piccoli di ‘Ntoni, tagliavano a fettine la carne, e la esponevano in vaschette di ghiaccio. Vi era una certa somiglianza tra i ragazzi e il macellaio. Di sicuro erano i suoi figli. Si potrebbe dire che il destino della maggior parte dei siciliani era già segnato dalla nascita. Il mestiere antico passava di padre in figlio, senza alcuna possibilità di scelta. ‘Ntoni si sentì stupido a chiedere un lavoro al macellaio. Come poteva lui, il figlio di un minatore, pensare di alterare i piani stabiliti dalla sorte?
Attraversò tutta Via Atenea fino ai giardini pubblici, dove vecchi uomini erano seduti sotto una volta di alberi verdi. Il pensiero di ritornare alla Miniera Cozzo Disi lo estenuava; allora la fuga si prospettava sempre più come un atto necessario, ma da compiersi nel momento opportuno. Solo questo aveva pianificato. Ora doveva ritornare a Comitini. Sua madre lo stava aspettando. Il caso volle che incontrò un gruppo di minatori nel parco. Stavano fumando, alcuni erano sbronzi, e impazienti di divertirsi un po’ prima di tornare dalle proprie mogli. ‘Ntoni domandò se qualcuno di loro sarebbe tornato a Comitini domenica mattina, in tempo per la Messa. Un minatore lo riconobbe.
“Tu sei il figlio di Giordano” disse, accarezzandosi i baffi con le dita. “Conoscevo tuo padre. Che tremendo incidente gli capitò.”
‘Ntoni stava per ringraziarlo, quando fu interrotto da un violento starnuto.
“Cacciastruzzu!” disse il minatore.
‘Ntoni cercò di togliere via il muco dal viso. Una sostanza nera e appiccicosa filava tra le sue dita. Ripulì le mani sui pantaloni, e starnutì di nuovo.
“Cacciastruzzu!” All’amico di suo padre piaceva molto questa parola. “È tutta quella schifezza che respiri nelle miniere. Non è così bello quando esce fuori in questo modo.”
Mentre rideva cominciò a tossire, finché sputò qualcosa di scuro e cattivo nel fazzoletto. Poi, prese una sigaretta e l’accese. “Va via dopo un po’. I tuoi polmoni si abitueranno,” disse.
‘Ntoni starnutì tutto lo zolfo che era ormai di casa nei suoi polmoni. La polvere mescolata alla saliva diede a ‘Ntoni esattamente la sensazione di quella parola, Cacciastruzzu.

Arrivò a Comitini. Era quasi mattino, e Matri era sola, in piedi, davanti casa. Indossava una gonna lunga grigia, con cammei di sporco, e macchie d’olio. Aveva le braccia incrociate, e le mani nascoste sotto le ascelle. La sua bocca aveva la forma di un nodo; era il suo modo per frenare le emozioni. ‘Ntoni però ricordava i suoi pianti. Quel giorno in cui i minatori, tornando a casa, portarono il corpo di Patri, interamente coperto di sporco e sangue –fu come un delirio per lei.
Ma adesso Matri era tranquilla e comprensiva. I suoi capelli, come al solito, erano raccolti in uno chignon. I suoi occhi, pietre nere, avvolti da occhiaie e rughe. Quando ‘Ntoni si avvicinò, Matri fece scivolare le mani lungo le braccia, e si strinse nelle spalle. Un sorriso fiero, occhi gonfi di lacrime e uno sguardo d’intesa tra di loro.
“Ciao, Antonino. Ben tornato a casa.”

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