Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 7.800 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 7 viaggi per trasportare altrettante persone.

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La forza “politica” del linguaggio: creare e trasformare testi e contesti

Sul semiologo Paolo Fabbri, attualmente professore alla LUISS (Libera Università Internazionale di Studi Sociali) di Roma, corre da anni una benevola diceria secondo la quale egli mostrerebbe una certa predilezione per l’oralità rispetto alla scrittura. Al di là di questo, sono innegabili le sue qualità di grande affabulatore ed è sicuramente un piacere poterlo ascoltare. L’occasione dell’intervista è nata dalla volontà di fare una chiacchierata sui rapporti che intercorrono tra il potere politico e il linguaggio, visti da un famoso studioso di semiotica.

Manuel Semprini: Nella distopia di 1984, George Orwell immagina che il sistema politico, imperante nel romanzo, del socing (o socialismo inglese) utilizzi una lingua particolare, la Neolingua, che ne rispetta e applica l’ideologia. Caratteristica principale della Neolingua è quella di «diminuire le possibilità del pensiero», riducendone le ambiguità e le eterodossie attraverso la limitazione delle scelte e degli usi delle parole. In questo esempio letterario e paradossale il potere si manifesta attraverso il linguaggio.
È possibile rinvenire nel linguaggio odierno una qualche influenza del potere politico oppure il “regime democratico” non detiene alcun controllo sulle parole?

Paolo Fabbri: Io credo che la distopia politica di Orwell era orientativa, serviva cioè a far capire come esistesse, specie in quel periodo di totalitarismi, un forte orientamento della propaganda. Questo però presupponeva, a quell’epoca, l’utilizzazione di un medium specifico, che, nel caso particolare di Orwell, era un televisore che ti vedeva oltre il video.
La moltiplicazione dei media oggi rende molto difficile ottenere un controllo semantico di quel genere.
È la raccolta di metadati, tracce identificative, che è diventata vertiginosa.
Altra cosa è invece il problema del linguaggio. In questo caso è interessante la distinzione.
Era un’epoca in cui effettivamente l’idea era: pensiero uguale linguaggio. Non è che non sia così. È vero che noi riusciamo ad esprimere linguisticamente – mediante quella che definiamo la semantica – contenuti di pensiero attraverso un certo tipo di parole, e se non ci sono le parole giuste questi contenuti non si esprimono in maniera adeguata; però il linguaggio ha una caratteristica che viene spesso dimenticata: è elastico.
La gente pensa molto al fatto che il linguaggio ha una parte di contenuto, una parte espressiva, ma il linguaggio è anche elastico, cioè la stessa parola può essere espressa attraverso peri-frasi o peri- discorsi. Quindi, questa elasticità del linguaggio rende sempre possibile che un termine fissato venga, poi, diversamente ridefinito. Quindi chiunque tenti di bloccare un linguaggio con una definizione “plastica” ad un significato fisso si trova costantemente di fronte a un medium altamente variabile.
Un esempio classico lo abbiamo con la terminologia tecnica.
La terminologia tecnica è sempre interdefinita. Pensiamo alla psicanalisi o alla psichiatria.
“Schizofrenico” vuol dire una cosa precisa, “psicotico” vuol dire un’altra cosa, “nevrotico” vuol dire un’altra cosa ancora. Oggi la gente dice: “sì, quello schizza”, oppure “è neuro”, “quello va in para”, eccetera. Cioè tutte le dimensioni tecniche, quando entrano a far parte del linguaggio comune, subiscono delle variazioni di senso.
Pensa al concetto di virtuale. “Virtuale” vuole dire una cosa molto precisa nel lessico della tecnologia. Oggi “virtuale” vuol dire possibile oppure reale (realtà virtuale). Oppure pensa al signore che dice: “La Sampdoria ha l’attacco nel suo DNA”. Il DNA è l’acido desossiribonucleico, cosa c’entra il calcio? Il linguaggio tecnico viene, in qualche misura, elasticamente generalizzato, accompagna l’altra operazione, quella per cui ci sono delle parole un po’ generiche, che vengono ridefinite tecnicamente, per es. “catastrofe” in topologia matematica è solo una discontinuità qualitativa. Questa elasticità del linguaggio e la sua crescita impredicibile rendono molto difficile un suo controllo e grazie al cielo. Ciò nonostante il controllo esiste, ma non si fa per imposizione dall’esterno; si fa come nel caso delle mode in cui, ad onta della diversità, se ti guardi intorno scopri che le persone più diverse si vestono più o meno come tutti gli altri.
Ci sono degli effetti che chiamo “di coordinamento miope”, cioè io mi accomodo in funzione degli altri e si assesta un equilibrio senza che ci sia un capo che decide che tutti parleranno nella stessa maniera, ma attraverso una coordinazione locale tra attori miopi.
Effettivamente, esistono dei modi, in qualche misura coerenti, per cui certi significati finiscono per stabilizzarsi. Pensa ai dibattiti degli anni Cinquanta. Dicevano che nei Paesi comunisti non c’era la libertà. La risposta era: “sì, ma noi abbiamo la libertà di morire di fame”. Oggi i concetti di libertà e democrazia sembrano sinonimi, poi non è vero. Oggi si dice: “lui è molto democratico”; altri ti rispondono: “no, è populista”. Indubbiamente la pubblicità e la propaganda continuano ad esistere, specie nei posti in cui si possono controllare i media e si può tentare di controllare la fuga degli interpretanti.

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I doveri della Sinistra

di Nadia Urbinati

Fonte: la Repubblica, Giovedì 7 Novembre 2013, p. 31.

Come si può pensare di fare a meno della Sinistra in una società nella quale il tasso di disoccupazione ha superato il 12 per cento, la soglia di povertà è sempre più alta, e il senso di impotenza dei giovani e meno giovani ha effetti deprimenti sull’intera società? La domanda dovrebbe sembrare retorica e invece non lo è perché la Sinistra incontra difficoltà straordinarie a convincere i cittadini che di essa c’è bisogno. Non solo in Italia. L’ostacolo è prima di tutto ideologico; non dipende dal fatto che la Sinistra non può dimostrare di avere una storia di successo: la costruzione dello stato sociale è avvenuta anche grazie alla Sinistra ed è stata una storia di successo. Dopo di che, però, le idee che erano della Sinistra – la liberazione dal bisogno, la dignità e la libertà individuale, e perfino l’eguaglianza delle opportunità – sono state per anni rappresentate dalla Destra; e fino allo scoppio di questa crisi, sembravano meglio realizzate dal liberismo la cui potente ideologia – “meno stato più mercato” – ha convinto per anni le maggioranze politiche, un poco dovunque, che questa fosse la strada migliore per realizzare la promessa di libertà. Quella della Sinistra è stata una sconfitta ideologica dunque, che dura da molti anni. Aggravata dalla crisi di legittimità dei partiti politici che sta cambiando la faccia della democrazia rappresentativa e che alimenta l’insoddisfazione per la politica praticata la quale a sua volta dà ossigeno ai populismi e al mito della politica anti-partititica. Un mito che appartiene sia ai demagoghi sia agli esperti di economia che sognano di liberare la politica dall’ideologia e di portare la competenza tecnica al potere.
Se non che le sorti possono cambiare – questo ha detto il nuovo sindaco di New York, Bill de Blasio. Possono cambiare se sappiamo spiegare di chi sono le responsabilità di questa crisi devastante: sono della Destra non della Sinistra, del giacobinismo liberistico che ha conquistato il palazzo d’Inverno prima a Londra e a Washington per poi mettere al bando in pochi anni la social-democrazia del vecchio Continente e dimostrare che al benessere diffuso si arrivava meglio e prima scatenando il capitale invece di responsabilizzarlo e regolarlo. Si tratta ora di deviare da questo percorso: la sfida non è facile, ma non utopistica come la vittoria del progressista de Blasio dimostra. Certo, ci vuole coraggio. Ci vuole la determinazione a recuperare il linguaggio e gli ideali che danno senso a questa sfida, la giustificano e, soprattutto, richiedono un soggetto politico che operi nel solco della tradizione social-democratica.
Gli ideali sono gli stessi che erano alla base della costruzione delle democrazie europee nel secondo dopoguerra, e che la reazione neo-Iiberista ha sminuito; tre in particolare: 1) l’eguaglianza, non solo delle opportunità legali ma anche delle condizioni sociali che consentono ai cittadini di intraprendere le loro scelte di vita con responsabilità; 2) il senso di sé delle persone, la fiducia nelle proprie forze progettuali che nasce dalla libertà dal bisogno; e 3) la dignità delle persone per ciò che sono, comunque esse siano.
Tre ideali sono contenuti nella nostra Costituzione e hanno spesso avuto come protagonisti attivi i cittadini che stanno ai margini, le minoranze morali e culturali appunto; coloro che hanno sperimentato e mostrato il valore del movimento e della partecipazione politica, spesso spontanea e non rappresentata dai partiti parlamentari: i movimenti femminili contro la violenza, per il lavoro e la non discriminazione nella carriera; quei cittadini che comprendono l’importanza di difendere beni comuni fondamentali, come la scuola e l’ambiente; gli omosessuali o chi ha differenze di stili di vita e di fede rispetto alla maggioranza – tutti questi protagonisti interpellano la collettività e la politica istituzionale nel nome di ciò che la democrazia promette: eguaglianza di considerazione e delle condizioni di partenza per poter esprimere se stessi; libertà dal bisogno che umilia la responsabilità individuale e rende passivi; libertà dall’offesa e dall’umiliazione che deriva dall’essere penalizzati per non appartenere alla parte giusta o alla maggioranza. Restituire alla Sinistra il significato progressista di emancipazione dalla servitù del bisogno – e per questo riportare al centro l’attenzione alle condizioni sociali della cittadinanza.
Il preambolo della nostra Costituzione rende perfettamente il significato di questi valori quando afferma che l’Italia è “una Repubblica fondata sul lavoro”. Ci dice infatti che la libertà politica (la repubblica) è possibile perché i cittadini sono socialmente autonomi, non soggetti al dispotismo degli amministratori delegati, ma nemmeno al paternalismo della carità pubblica. La cittadinanza lancia un progetto ambizioso contro la povertà perché la tratta come un male non da lenire ma da sradicare. Alla povertà, la democrazia sociale del dopoguerra ha dato un nome preciso: assenza di lavoro, disoccupazione. Perché questo sistema politico si regge sulla possibilità di ciascuno di pensare a se stesso e alla cura dei figli; di farlo con dignità e per mezzo di un’attività che non umilia: il lavoro in cambio di un salario dignitoso e di diritti ad esso associati, da quello alla scuola, alla salute e alla sicurezza sociale. Mettere il lavoro alla base del sistema politico comporta rivederne il significato, il valore, il senso: significa emanciparlo dallo stigma della sofferenza facendone una condizione di possibilità ed emancipazione. Un’impresa titanica che la democrazia moderna è riuscita a compiere solo molto parzialmente e quando si è legata alla tradizione socialista non quando se ne è distanziata. Perché lavoro dignitoso e fiducia nelle proprie capacità stanno insieme e possono decadere insieme, come vediamo oggi. La cultura politica di una Sinistra democratica dovrebbe riportare al centro la battaglia contro un’ideologia che ci ha inculcato l’abitudine a leggere gli squilibri di potere come malasorte o sfortuna, la diseguaglianza nelle condizioni sociali come meritata sconfitta.

Quelle offese a un ministro che ci fanno vergognare

di Piero Veronese

Fonte: Venerdì di Repubblica, n. 1323, 26/07/2013, p. 26

Ci sono occasioni in cui tacere, anche se nessuno ci ha chiesto di prendere parola, finisce per significare indifferenza, o peg­gio, complicità. E anche se questa rubrica si occupa del resto del mondo, ad esclusione dell’Italia, per cui a parlare di una persona di origine straniera, seppur da tempo cittadina del nostro Paese, sembrerebbe volerne sotto­lineare l’estraneità, anziché la vicinanza, tut­tavia Follow the People ha deciso di parlare.
E dire tutta la sua solidarietà, la sua fraternità, il suo affetto alla ministra Cécile Kyenge. A questa donna mite, genti­le, fermissima, che il destino ha chiamato a fare da pietra di paragone della nostra co­scienza nazionale. Abbiamo l’impressione che la maggioranza del Paese stia a guarda­re, mentre la ministra viene sistematica­mente vilipesa, oltraggiata, insultata in maniera insopportabile da una minoranza sconfitta dalla storia e dal buonsenso, pri­ma ancora che dalle urne e dal comune sen­so di umanità. Che la maggior parte degli italiani lascino fare, lascino correre, mentre i diritti umani fondamentali di una ministra della Repubblica, il rispetto, la dignità per­sonale, vengono deliberatamente calpesta­ti dall’alto di pubbliche tribune. Basta.
Ho un fratello maggiore che, quando io ero ancora adolescente, andò a manifestare con un cartello che diceva «mi vergogno di essere bianco» perché in Ame­rica era stato assassinato Martin Luther King. Ecco, caro fratello, sono passati 45 anni, io credo di avere imparato molto da te, ma tutto quello che ci abbiamo guadagnato è che adesso capita di doverci vergognare in due. Certamente non siamo soli; ma non siamo nemmeno tutti.

La pausa continua…

Mentre prosegue il periodo sabbatico della redazione, il sito della rivista ScrittInediti si è spostato. È cambiata la veste grafica e qualcuno si troverà spiazzato, ma il trasferimento si è reso necessario per non gravare ulteriormente sulle poche risorse della redazione.
Periodicamente potrete trovare nuovi contenuti e, quindi, non disperate…

Buona estate di letture e scritture a tutti!

Su "La ballata della rana nel bollitore" di Alessandro Mascherpa

Un thriller brillante, dal tono blues e la pizzicata comica che si allarga talvolta in una sequenza di pagine esilaranti. Ambientato nella provincia cremonese, della Provincia racconta i profumi enogastronomici, gli odori del Grande Fiume inquinato, la malinconia delle fabbriche dismesse e dei loschi figuri che si aggirano in quei paraggi per gestire traffici illeciti. Il gangster di turno si fa chiamare Johnny il Cowboy e altro non è che un bergamino sospeso tra le radici contadine, la modernità italiana e il mito americano. Eppure la Provincia dei nostri tempi è più di ogni altro luogo inesorabilmente aperta alla mondialità, alla globalizzazione tanto che la malavita diventa il primo vero punto di integrazione tra arabi, olandesi, rumeni. Una Provincia malata dei mali del millennio: depresso bipolare il ragazzo che scompare, lucidamente ossessivo lo psicoterapeuta che, per ritrovarlo, si ritrova a vestire i panni di un Coliandro-Callagan in coppia con una bella e schizzata ventenne.
E collante di tutto questo, causa del rapimento e delle mille peripezie in cui sono coinvolti i protagonisti, c’è la TV spazzatura che unisce la periferia e il centro del mondo in un unico grande stupidario che qualcuno cerca di fermare, altri di cavalcare.
Qualcuno scopre il vero trucco del gioco dei pacchi della televisione: lo scopre un ragazzo dalla Provincia del mondo e le conseguenze sono tanto imprevedibili quanto inesorabili come accade ad una rana che si lascia lessare lentamente nel bollitore.

La ballata dalla rana nel bollitore
di Alessandro Mascherpa
Karta e-book edizionicover-rana-bollitore (1)

In un Paese senza principi il governo Letta rischia di non avere fine

di Curzio Maltese

Fonte: Venerdì di Repubblica, n. 1315, 31/05/2013, p. 11

L’unico principio del nuovo Pd è questo: non avere principi. Al più qualche principino, nel senso di un machiavellismo spicciolo da minimi strateghi. I piccoli strateghi del Pd sono ormai d’accordo con Berlusconi nel non cambiare la legge elettorale, meglio ancora, nel sostituire il porcellum con un’altra porcata. Una specie di porcellinum. Insomma una legge proporzionale con premio di maggioranza oltre la soglia del 40 per cento. In queste condizioni significa rendere la maggioranza anomala destra-sinistra, ovvero Pd-Pdl, l’unica possibile per i prossimi anni.
Forse la nuova porcata è perfino inutile perché nessuno oggi ha intenzione di tornare al voto. Certo non il Pd, che dopo le ultime giravolte rischierebbe un bagno elettorale mostruoso. Di sicuro non Berlusconi. Una condanna in Cassazione per il processo Mediaset, in questo senso, non farebbe saltare la maggioranza. AI contrario, non potendo candidarsi alle prossime elezioni, Berlusconi non avrebbe alcun interesse a tornare al voto. Ma neppure Grillo vuole elezioni anticipate. Ha ottenuto quel che voleva, stare all’opposizione di un governissimo e lucrare sulla disperazione di milioni di italiani. Si divertirà per i prossimi cinque anni ad abbaiare alla Luna, con la sua compagnia di miracolati. Se davvero i grillini avessero voluto cambiare il Paese, avrebbero accettato la finta proposta di governo del Pd, fatta soltanto per essere rispedita al mittente. Pensa l’imbarazzo della nomenclatura del Pd, costretta a fare un governo di vero cambiamento, magari con un Prodi o un Rodotà al Quirinale. Invece Grillo vuole soltanto giocare a fare il Che Guevara con cinque milioni di reddito l’anno e le ville a Portofino.
Le rivoluzioni all’italiana sono fatte in questo modo. Alla fine non cambia nulla. Avevamo un governo di larghe intese ed eccone un altro. Un altro governo commissariato da Draghi e dalla Bce, senza una vera opposizione in Parlamento, con il controllo della quasi totalità dei media. C’era un anziano premier democristiano, Monti, e ora c’è un giovane premier democristiano, Enrico Letta. Più accorto, molto meno arrogante e di rara intelligenza. Durerà cinque anni e forse più. Come negli ultimi venti anni, la spesa pubblica improduttiva non sarà ridotta e l’evasione fiscale non sarà seriamente combattuta, quindi il debito continuerà ad aumentare e così pure le tasse, almeno per i fessi che le pagano. Il Paese continuerà a essere il più ingiusto d’Europa, i giovani di talento seguiteranno a scappare all’estero. Sarà il trionfo dello status quo. Grillo fra cinque anni ne compirà settanta e forse scioglierà il movimento per tornare a fare tournée. Berlusconi sarà nominato senatore a vita. Fra dieci anni i nostri figli ci chiederanno: ma come è cominciato il governo Letta? E noi risponderemo che doveva durare pochi mesi, al massimo un anno o due, fare poche riforme, eccetera.